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Verso una “democrazia dell’ascolto”. L’appello di Mattarella che non possiamo archiviare.

Il discorso di fine anno del presidente della Repubblica Sergio Mattarella è sembrato una sorta di appello rivolto alla società e alla politica del nostro Paese.

Un appello di uno spessore e, al contempo, di una profondità che ormai di rado si riscontrano nel disastrato e superficiale gioco e discorso politico-partitico dei nostri giorni.

Dalla crisi internazionale, Mattarella ha tratto l’urgenza della promozione di un’educazione alla pace che – anziché coincidere con un discorso astratto – si declina attraverso il riconoscimento della centralità della persona umana.

Per il presidente della Repubblica rimettere al centro l’uomo e la donna del nostro tempo significa: prestare attenzione al grido delle periferie abbandonate; sostenere – nella semplicità e senza contraddizioni – un ragionamento sulla rilevanza dell’affettività nei giovani; riconoscere il protagonismo della società civile, autentico cuore pulsante della vita della nazione.

Tuttavia, in modo particolare la riflessione di Mattarella si è soffermata sulla qualità della nostra democrazia.

Dinanzi alla crisi della partecipazione ai processi democratici, il presidente ha sostenuto la rilevanza di una democrazia “dell’ascolto”. Un’espressione, quest’ultima, che oltre a riconoscere una movenza fondamentale dell’istituto democratico si traduce per il capo dello Stato con un impegno atto a ribadire l’unità e la coesione del nostro Paese contro ogni forma di federalismo esasperato.

L’appello di Mattarella non va posto in archivio ma potrebbe costituire quella visione generale che tanto abbisogna alla politica italiana a qualsiasi livello.

Rocco Gumina