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Quale futuro per l’Italia? La vocazione generativa di cittadini, organizzazioni della società civile e parti sociali e la “promessa” del Governo Meloni

Immagine di rawpixel.com su Freepik

A seguito delle consultazioni elettorali per il rinnovo del Parlamento, della formazione del nuovo Governo e del suo successivo insediamento, e a ridosso delle consultazioni elettorali in Lazio e Lombardia di metà febbraio, sembra per più versi doveroso domandarsi quale possa essere in prospettiva il futuro del nostro Paese e quale sia il ruolo che le organizzazioni della società civile e delle parti sociali sono chiamate a svolgere per contribuire a generarlo.

Il primo sguardo può avvenire attraverso quella particolare “bussola della crescita” che è il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Com’è noto il PNRR è stato costruito sui punti cardinali individuati nelle Raccomandazioni indirizzate all’Italia nell’ambito del “Semestre europeo” per gli anni 2019 e 2020 e presentato alla Commissione europea allo scopo di costruire un Paese generativo e orientato al futuro, attraverso l’attuazione di riforme e investimenti sostenibili capaci di affrontare le carenze strutturali della nostra economia, rafforzare la resilienza del nostro Paese, aumentare la produttività e condurre ad una maggiore competitività riducendo le divergenze e disuguaglianze tra le sue diverse aree e con il resto dell’Europa. La capacità concreta del Governo e dell’intera amministrazione pubblica di rispettare lo Stato di diritto e l’esecuzione efficiente del bilancio dell’Unione – ai quali è condizionata l’erogazione dei fondi europei (Reg. 2020/2092) – e di attuare i numerosi obiettivi e traguardi di cui il Piano è composto, costituisce perciò, in questa direzione, la condizione per acquisire una posta assai alta che riguarda la stessa capacità del nostro Paese di generare futuro.

Non vi è dubbio che la questione di come ridare slancio al Paese e ritrovare la voglia e il coraggio di pensare al futuro con fiducia e responsabilità coinvolge tutti e dunque interroga anche la vocazione dei cittadini, delle organizzazioni della società civile e delle parti sociali, in quanto tutti sono chiamati – a condizione che la politica ne riconosca concretamente il rispettivo ruolo e diritto costituzionale – ad esercitare individualmente e collettivamente un diritto di cittadinanza sostanziale, che è insieme dovere di essere responsabili per il ben-essere della Comunità. Tale vocazione è avvalorata da un’autorevole interpretazione costituzionale della sussidiarietà, chiaramente declinata dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 131/2020. La Corte ha infatti chiarito – decidendo sulla costituzionalità di una legge regionale umbra – che, con la legge sul Terzo Settore (art. 55 del Codice), il Legislatore ha inteso configurare l’attuazione del principio di sussidiarietà attraverso una procedimentalizzazione dell’azione sussidiaria volta a definire un nuovo rapporto collaborativo degli Enti del Terzo Settore con i soggetti pubblici e realizzare così, nelle forme della co-programmazione, della co-progettazione e del partenariato, un esercizio condiviso della funzione pubblica in vista della migliore realizzazione dell’interesse generale.

L’esercizio di una cittadinanza sostanziale è anche uno degli obiettivi prefigurati dal regolamento istitutivo del PNRR nell’orizzonte anch’esso generativo ivi disegnato dall’Europa. Esso ha difatti voluto rappresentare tra l’altro un’opportunità per migliorare lo stato di salute della democrazia e della giustizia dei Paesi europei e dell’Unione tutta. In tale direzione, valorizzando anche l’essenziale correlazione di democrazia partecipativa e responsabilità civica, le quali o insieme sussistono o altrimenti insieme mancano, lo stesso regolamento pretende e presuppone il riconoscimento, la promozione e infine l’esercizio di quel diritto-dovere di cittadinanza sostanziale e l’ispirazione ai principi di democrazia e giustizia ai quali si informano tra gli altri le società degli Stati membri che l’Europa costituiscono. L’art. 18, paragrafo 4, prescrive infatti che nel Piano nazionale presentato alla Commissione europea sia contenuta una sintesi del processo di consultazione (effettuato secondo il rispettivo quadro giuridico nazionale) di parti sociali, organizzazioni della società civile, organizzazioni giovanili e altri portatori di interessi e del modo in cui il piano per la ripresa e la resilienza tiene conto dei contributi dei portatori di interessi, consultazione che riguarda sia la preparazione che, ove disponibile, l’attuazione del Piano.

Lo stato di salute della democrazia

La prima osservazione sulla democrazia attiene la condizione che di essa si dà nel nostro Paese, considerando che l’intera vicenda elettorale costituisce un osservatorio privilegiato di quella condizione e restituisce in forma di istantanea, dettagli che una più compiuta e necessaria riflessione è chiamata in altre più opportune sedi a sviluppare. Si potrebbe, a prima vista, dire che l’elezione di un governo centrale finalmente politico, frutto quindi della democratica espressione della volontà popolare, abbia formalmente risolto quel sintomo di malessere della nostra democrazia che per svariati anni era stato individuato da analisti politici e opinionisti nel succedersi di governi nominati senza alcun previo passaggio formale dalle urne.

Le fotografie della vicenda elettorale nazionale dello scorso settembre, e poi anche di quelle regionali in Lazio e Lombardia di metà febbraio, evidenziano tuttavia la permanente sussistenza di numerosi altri sintomi di malessere.

In primo luogo, appare evidente l’assai carente democraticità dell’organizzazione dei partiti che è, tra l’altro, resa manifesta anche dal sistema di selezione delle candidature.

Inoltre, persiste la frammentazione delle coalizioni (meramente) elettorali, che assai spesso mancano di un’autentica visione comune e di autentici tratti identitari convergenti che ne garantiscano la continuità oltre il giorno delle elezioni, ovvero, per converso, l’incapacità di formare delle coalizioni elettorali a causa del prevalere di personalismi e divisioni sulle capacità politiche di mediazione e costruzione di programmi comuni a servizio del Paese.

Infine, altro sintomo di malessere è l’imperante disaffezione che tutto ciò determina nel popolo, nominalmente e secondo lettera costituzionale “sovrano”, seppure nelle forme e limiti della Carta: ancora una volta, e con risultato ancora più ampio, il partito di maggioranza delle recenti elezioni è stato infatti quello del dissenso, manifestato attraverso il non voto, dal momento che i votanti sono stati appena il 63,8% alle elezioni nazionali e addirittura, rispettivamente, il 37,20% e il 41,68% degli aventi diritto alle elezioni regionali in Lazio e Lombardia.

Non fare da soli. L’idea a fondamento della sussidiarietà, autentica radice antropologica della polis, è che l’uomo non possa e non debba fare da solo. Non è certo qui possibile inseguire pretese di esaustività, anche per la ovvia mancanza nel tempo sin qui intercorso dalla costituzione e l’insediamento del Governo centrale, di sufficienti riscontri nell’azione di governo.

Appare tuttavia utile richiamare una “promessa di metodo” circa l’azione del nuovo Governo fatta dal presidente del Consiglio Meloni che, ai sensi della Costituzione, dirige ed è responsabile della politica del Governo. Già alla sua prima uscita pubblica, il presidente Meloni ha sottolineato la volontà del Governo di “non fare da soli” ma di coinvolgere i corpi intermedi e le associazioni[1].

Tale intenzione è stata poi ribadita da ultimo con l’intervento dello scorso 17 marzo al congresso della CGIL a Rimini dove ha dapprima affermato la necessità, nel giorno dell’Unità dell’Italia e della Costituzione, di fare gioco di squadra e poi ha rivolto un invito che appare coerente con la volontà di non fare da soli: “rivendicate senza sconti le vostre istanze nei confronti del governo. A volte saremo d’accordo, altre volte no, ma io vi garantisco che quelle istanze troveranno sempre un ascolto serio e privo di pregiudizi”. Va peraltro sottolineato che il segretario generale della CGIL Landini aveva poco prima significativamente introdotto l’intervento del presidente del Consiglio sottolineando che è: “un momento importante per il sindacato, dobbiamo parlare con tutti. Bisogna imparare ad ascoltare anche chi ha idee diverse dalle nostre. Ascoltare per potere chiedere di essere ascoltato da chi ha idee diverse”.

Organizzazioni della società civile e corpi intermedi sono chiamati pertanto a vagliare con senso di realtà le promesse alla prova dei fatti; tuttavia sottolineiamo, in via di principio, che proprio il consentire la partecipazione, e insieme a ciò incoraggiarla, e andando ancora oltre il cercare di coinvolgere corpi intermedi e mondo delle associazioni, costituisce un orizzonte di senso per ricostruire un’antropologia della comunità, senza la quale lo stesso cittadino e con esso l’uomo tout court rimane privo del pieno riconoscimento ontologico del sé di cui è correlato necessario, nella relazione, l’alterità.

Parlare con tutti, ascoltare per potere chiedere di essere ascoltato anche da chi abbia idee diverse. È questo un carattere costitutivo della Politica che suggerisce e persino impone di accogliere idealmente l’invito rivolto dal Presidente del Consiglio ad organizzazioni della società civile e corpi intermedi, che tutti, secondo identità e statuto a ciascuno propri, sono Osservatorio. Sono quindi comunità attive e monitoranti sul territorio alle quali è ben lecito che la Politica chieda e che a loro volta intendono puntualmente proporre alla Politica, pretendendone il necessario ascolto, una interlocuzione costruttiva, orientata dalle proprie rispettive vocazioni statutarie, dalle conseguenti fedeltà ai diversi principi costituzionali e, in una sola parola che è orizzonte di senso cristiano e politico, dalla bussola antropologica della Persona.

Certo, non sfuggono alla nostra attenzione le estreme difficoltà che la grave congiuntura in atto pone al governo del nostro Paese.

Anzitutto, le drammatiche conseguenze economiche e sociali della pandemia e della guerra in Ucraina e poi anche – per quanto su un piano diverso, che interroga la capacità di accogliere e attuare opportunità – le difficoltà del PNRR, sia quanto al rispetto dei tempi e delle stringenti regole posti dal regolamento europeo che lo ha istituito, sia quanto al conseguimento effettivo degli obiettivi programmati. Difficoltà, queste, che hanno suggerito tra l’altro di abolire il Tavolo di partenariato economico sociale e territoriale e accentrare la gestione dei fondi europei straordinari, al contrario di quanto potesse in qualche modo attendersi rispetto alle suddette aperture a corpi intermedi e mondo delle associazioni.

Né ci sfugge che proprio la suddetta gravità della congiuntura ha suggerito a suo tempo a più d’un osservatore politico di criticare la tempestività e opportunità della crisi del governo Draghi.

Né, infine, ci sfugge, a fronte dell’ennesima, recente tragedia consumata a breve ridosso delle rive di Crotone, come sia ancora una volta tra le insidiose onde del Mare Nostrum e sulla dolorosa questione delle migrazioni che la cultura politica e la civiltà giuridica degli europei – che ivi sono nate – rischiano di vivere un altro naufragio. Nel senso che il patrimonio identitario dell’Europa, espresso nelle disposizioni del Trattato sull’Unione europea con parole dotate di grande vigore concettuale (in cui si afferma l’ispirazione alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto), può finire per essere travolto e rinnegato anche dall’idea che i migranti rappresentino oggi in qualche modo, per riprendere la lezione di Hannah Arendt, la schiuma della terra, idea in cui sempre strisciante trova rinnovata espressione, in una nuova tentazione nichilista, la banalità del male.

Conclusioni

Su molto altro occorre spingere il pensiero oltre e altro dire a servizio del desiderio di costruire il futuro dell’Italia a partire dallo sviluppo integrale della persona e secondo democrazia e giustizia.

Perché, rimandando ad altra occasione di sviluppare gli spunti che qui solo accenniamo, non può esservi sviluppo integrale della persona e democrazia laddove non vi sia attenzione concreta per la centralità della persona, con il carattere di dignità che le è connaturato come lavoratore, come cittadino, come uomo tout court; per il lavoro, come principio sul quale è costituzionalmente fondata la Repubblica e, di conseguenza, come diritto a sostegno del quale la Repubblica assume l’impegno a promuovere le condizioni e tutte le tutele correlate perché divenga effettivo e sicuro; e, ancora, per la pari dignità sociale e l’eguaglianza – formale e sostanziale – dei cittadini davanti alla legge; infine, per il riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo e la correlata richiesta di adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Non vi è in realtà altro modo di realizzare pienamente la nostra identità generativa che essere, per tali vie, autenticamente cristiani ed europei.

[1] La Stampa, 2.10.2022, nel titolo centrale della prima pagina e poi a p. 2.

Massimo Asero.