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Vivere e morire in un container…

È morta, tra domenica e lunedì – a neanche un anno – la piccola Morena Gaglio, vissuta in un container fino a due mesi fa, pur essendo affetta fin dalla nascita da una malformazione congenita.
Questa storia drammatica pone ancora una volta in evidenza la situazione dei senza casa a Palermo e Morena diventa l’icona di un disagio che diventa sempre più insostenibile. Senza contare che le famiglie di via Messina Montagne e via Guzzetta sono solo la punta di un iceberg e di un elenco che stenta a snellirsi: sono circa 600 le famiglie palermitane iscritte alla lista di emergenza del Comune e solo 2 sono state le assegnazioni.
Tanti bambini, a Palermo, si ritrovano a vivere (?) nella precarietà tra lamiere, topi e fogne a cielo aperto, privati non solo di un’infanzia felice ma anche di un’esistenza normale.
Questo è un fatto che sollecita la nostra responsabilità democratica e la necessità di prendere iniziative perché questo annoso problema trovi soluzioni. L’amministrazione non può ignorare l’inferno da cui è passata Morena prima di volare in Cielo: l’inferno dello sfratto, dei diritti negati, dell’indifferenza. Ora, lei guarda i suoi “vicini di casa” da lassù, ma “quaggiù” le istituzioni politiche e sociali e i singoli cittadini hanno il dovere sacrosanto non solo di guardarli, ma di fare in modo che possano vivere molto più a lungo e con la dovuta dignità.
Come dichiara P. Gianni Notari, direttore dell’istituto Arrupe, «non possiamo dimenticare che ogni giorno c’è chi non ha un tetto sotto cui rifugiarsi, sotto cui creare una propria intimità familiare e dare un futuro ai propri figli. Non possiamo relegare ai margini della nostra coscienza tutto ciò ma dobbiamo porre attenzione a chi ci sta accanto, alle sue esigenze e alle sue debolezze. La città deve coinvolgersi e non lasciare che questi drammi siano tanto vicini geograficamente quanto lontani emotivamente».