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Né passione né speranza nella Sicilia dei furbi

L’entusiasmo collettivo legato alla nomina e all’insediamento di Obama è un significativo esempio del diffuso bisogno di fiducia e partecipazione, di ritrovare una dimensione di “felicità pubblica”. Nei discorsi di molti siciliani e in alcuni blog locali, che rappresentano i nuovi strumenti di informazione e formazione della pubblica opinione, è frequente l’auspicio che anche da noi possa verificarsi un fenomeno di “rottura” altrettanto significativo. Non sappiamo, infatti, cosa Obama concretamente realizzerà, ma lo abbiamo reso un simbolo per la carica innovativa che egli rappresenta.

Tutto il contrario dell’atrofia dell’immaginazione dominante in Sicilia. Nell’immaginario collettivo Obama è l’incarnazione di un progetto apparentemente utopico che diventa realtà, dell’impossibile che diventa possibile, della forza dei cittadini di scardinare schemi, lobby, vincoli. Gli Stati Uniti d’America non sono certo una nazione priva di ombre, ma riservano spesso lezioni di democrazia; una democrazia che viene dal basso, da un popolo che tiene al suo “potere” rispetto ai governanti. Il “noi”, pertanto, è stata la forma utilizzata dal Presidente nel primo discorso alla nazione, con un continuo richiamo a quella comune appartenenza che unisce in un’identità collettiva. Nelle sue parole, e nell’entusiastica mobilitazione del popolo americano, emerge quella che Vito Mancuso, nelle pagine di questo giornale, ha chiamato “religione civile”. Una religione intesa come legame, da religo, come principio unificatore, attrazione irresistibile verso un’identità più grande in cui ci si identifica. Un legame condiviso che contribuisce a tenere salda la struttura sociale e a rendere “forte” la società. Questo spesso manca al popolo siciliano, schiacciato da una sfiducia generalizzata e da un senso di impotenza.
La speranza in Sicilia fatica ad esprimersi. La politica e l’amministrazione sono distanti dalla gente. L’assolutezza dell’“io” sovrasta la logica del “noi”. Né l’opposizione né la maggioranza riescono ad esprimere nomi nuovi che possano prospettare un cambiamento. Assistiamo a giochi di poltrone, continui richiami della Corte dei Conti, sperperi di denaro pubblico, assenza di responsabilità personale da parte degli amministratori (eclatante il recente caso Amia). La funzione amministrativa è bloccata da veti incrociati che spesso non sono funzionali al bene della collettività ma alle logiche del partito e della casta, mentre il cittadino si ritrova a vivere il peggio in termini di servizi e di mancanze di prospettive. Certamente apprezzabile il gesto coraggioso, da molti compiuto, di chiedere le dimissioni del sindaco, ma dobbiamo ammettere che non c’è un progetto alternativo. Molti cittadini non lo credono neanche più realizzabile, hanno smesso di sognare. Pertanto, ci si chiude sul privato confidando che anche gli altri faranno allo stesso modo. E si comportano di conseguenza.
C’è chi parla, a questo proposito, di deficit di capitale sociale, inteso come fiducia, reciprocità, senso civico, cioè di quelle dimensioni simboliche che possono connettere il tessuto sociale e favorire il coordinamento di azioni individuali. C’è chi, come appunto Mancuso, parla di mancanza di “religione civile”. Tale carenza consolida l’idea che l’interesse del singolo venga prima della società nel suo complesso e che per il bene individuale sia possibile depredare il bene comune. La scelta del beneficio individuale, pertanto, può essere letta come la migliore opzione possibile all’interno di un contesto istituzionale e sociale particolaristico, in cui le informazioni non fanno che rimarcare l’imperturbabile permanenza del negativo. Così avanza la Sicilia dei furbi, schiacciata da “passioni tristi”, senza ali per immaginare, senza progetti da realizzare. Post-moderna e liquida direbbero alcuni ma certamente non priva di autodeterminazione e pertanto potenzialmente capace di intraprendere percorsi diversi, se lo vuole. Non abbiamo bisogno degli artifici retorici di certi politici che non hanno riscontro nei fatti; non ci servono vuote illusioni né discorsi centrati su un “io” narcisistico e autoreferenziale. Ma non ci serve neanche l’apatica rassegnazione o l’errata credenza che non ci sia nulla da fare, che ognuno pensa solo a tirare acqua al proprio mulino. Per questo, al fine di avviare un cambiamento possibile, sono importanti gli esempi, la diffusione “per contagio” di esperienze concrete, la condivisione di progetti avviati da minoranze attive e trasmessi al resto della società civile. In questa nazione, in questa regione, ci sono tanti segnali di cambiamento; purtroppo, però, spesso il nuovo rimane isolato.
Un ruolo importante, nella diffusione di un nuovo legame sociale, possono svolgerlo i mezzi di comunicazione. Questi non possono e non devono certo rinunciare a leggere la complessa realtà evidenziando i problemi che affliggono il nostro tempo – come la crisi economica, i privilegi, la corruzione, le guerre – ma dovrebbe evidenziare anche i processi e le esperienze che possono ridare fiducia alla gente. È importante mettere in evidenza anche quelle notizie che sono capaci di legare responsabilmente il soggetto alla collettività. A tal fine, sarebbe utile attivare una sorta di patto etico fra i mezzi di comunicazione e la parte più dinamica della società civile, per stimolare processi di contagio. Non si tratta di evidenziare solo le singole azioni individuali, mantenendo la prospettiva della frammentazione, quanto piuttosto di evidenziare le azioni collettive che tentano di trovare spazio nei diversi contesti, favorendo il collegamento e la circolazione di idee, progetti, prospettive.
Mettere in comunicazione il nuovo che c’è, le esperienze capaci di intervenire sul contesto istituzionale per cambiarlo dall’interno è il primo passo per stimolare la produzione di fiducia. Perché, in un’ottica di complessità, anche un piccolo cambiamento nel sistema può provocare mutamenti significativi nell’insieme.
Gianni Notari

(da Repubblica – Palermo, venerdì 23 gennaio 2009)